Paola Terranova – Giochiamo con-tatto

Giochiamo con-tatto
Contributo in occasione della manifestazione “Libri che prendono forma”
(Roma 17 marzo 2010, MiBAC – FNIPC)

Paola Terranova racconta la sua esperienza di bibliotecaria ed educatrice presso l’Istituto Regionale Giuseppe Garibaldi per i Ciechi di Reggio Emilia.

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Circa cinque anni fa lessi alcune notizie riguardanti i libri tattili e il progetto Thyplo e Tactus, e acquistai per la nostra biblioteca i primi libri realizzati col progetto. Nel novembre del 2005 seguii la manifestazione Ci vediamo in biblioteca realizzata dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi Onlus presso la Biblioteca Ennio Flaiano di Roma. L’idea era di organizzare una manifestazione dedicata al tema della disabilità visiva, realizzandola però in un contesto dove solitamente tale problema non è trattato e certamente scarsa è l’utenza da parte di persone con minorazione visiva. Il fine era sia di creare un’occasione d’incontro per chi opera quotidianamente a favore dell’integrazione scolastica e sociale dei minorati della vista (operatori, insegnanti di sostegno, genitori di bambini affetti da minorazione visiva etc.), sia di portare nuovi libri e nuovi strumenti di lettura all’interno del circuito delle biblioteche della città.

L’evento era così strutturato: negli orari di apertura al pubblico era possibile compiere una visita guidata al materiale tiflodidattico (materiale didattico specifico per i minorati della vista) prodotto dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi Onlus e dall’Istituto dei Ciechi di Milano e su prenotazione era possibile partecipare ad una serie d’iniziative di approfondimento culturali e ludiche. Trovai la manifestazione interessante e ne apprezzai lo scopo, mi parve anche una buona sfida quella di parlare di cecità all’interno di ambienti dove normalmente l’argomento non viene trattato; così quattro mesi dopo proponemmo Ci vediamo in biblioteca da noi a Reggio Emilia, all’Istituto Garibaldi per i Ciechi, utilizzando non solo lo spazio della biblioteca ma anche altri locali dell’Istituto. In questo caso si perdeva l’idea di presentare un evento che trattasse di minorazione visiva al di fuori dei luoghi preposti a questo, ma la sfida diventava di portare, oltre al personale specializzato, anche le scolaresche, le persone che nulla avevano a che fare con tale problematica all’interno di un luogo che da più di cent’anni si occupa di bambini e ragazzi ciechi.

Oltre alla presentazione di materiali tiflodidattici e della bellissima collezione di libri tattili, notevolmente arricchitasi in questi anni, sono stati proposti alle classi in visita – così com’era stato fatto a Roma – dei laboratori sulla costruzione di un libro tattile. Ho notato un grande interesse da parte degli alunni e degli insegnanti verso quello che potremmo definire ‘un mondo sconosciuto’ in cui si scoprono materiali diversi, oggetti impensati, soluzioni nuove. Non potevamo ignorare questo entusiasmo né non provare il desiderio e lo stimolo per proseguire nell’esperienza. Si è così deciso di portarla avanti in modo continuativo, proponendo alle scuole, di ogni ordine e grado, laboratori di diverso tipo: musicali e di narrazione, allo scopo di porre una maggiore attenzione all’ascolto; percorsi guidati nei quali si esplorano i diversi materiali utilizzati dai bambini/ragazzi non vedenti sia didattici sia ludici, i laboratori sulla costruzione dei libri tattili e in ultimo i laboratori sulla scrittura Braille.

Col passare degli anni il numero di laboratori realizzati è notevolmente aumentato, nonostante sia spesso complicato motivarli all’interno di situazioni in cui non vi siano coinvolgimenti diretti e casi specifici. La domanda che più spesso mi sento fare è: perché parlare di cecità dove la cecità non compare? Non sempre è facile spiegare che se un ‘problema’ non è presente in uno specifico luogo in quel preciso momento non vuol dire che non esista e che conoscerne l’esistenza può comunque essere sempre fonte di arricchimento e in questo caso specifico l’arricchimento diventa culturale, civico, morale ma anche emozionale. Si può parlare d’integrazione non solo quando un bimbo disabile è inserito nella ‘scuola di tutti’ ma soprattutto quando gli si forniscono realmente i mezzi a lui necessari, quando gli si crea attorno un contesto realmente pronto ad accettarlo, accoglierlo e aiutarlo.

È senza dubbio necessario parlare di minorazione visiva, come di altre forme, credo però occorra farlo non solo tra esperti, tra coloro che ‘fanno’ la scuola o le leggi, ma anche tra coloro che la scuola la frequentano e che le regole sono tenuti a rispettarle. Per potere parlare di effettiva integrazione bisogna quindi eliminare l’ignoranza che c’è rispetto a determinati argomenti. Se so cosa vuol dire non vedere o ‘vedere male’, se so cosa può fare chi ha una minorazione visiva, se conosco i mezzi che ha a disposizione per imparare, per giocare, se capisco che anche chi non vede può essere autonomo nella vita, allora sarò pronto ad accogliere in classe un compagno non vedente senza farlo sentire diverso da me o senza avere io paura di lui, perché non possiamo non dire che spesso la diversità spaventa o imbarazza i bambini, molto spesso anche gli adulti.

Nei laboratori si parla di cecità attraverso azioni giocate. Si conoscono i materiali provando non solo a guardarli ma toccandoli, cercando di immedesimarsi… è semplice: proviamo a chiudere gli occhi e a capire cosa le nostre mani sono in grado di vedere, cosa le nostre orecchie possono percepire, pensiamo ai profumi agli odori, a tutte le informazioni che il nostro corpo può trasmetterci. Per quanto riguarda l’uso del laboratorio so bene che non si è inventato nulla, difatti l’esperienza di laboratori, in Italia, nasce già a metà degli anni settanta grazie a Bruno Munari, che pur partendo da tutt’altri scopi ha spesso parlato di arte, infanzia e laboratori così come anch’io oggi li propongo. Forse noi che proponiamo certi tipi di laboratori siamo un po’ tutti figli o nipoti di Munari. Munari che diceva «Conservare lo spirito dell’infanzia dentro di sé per tutta la vita vuol dire conservare la curiosità di conoscere, il piacere di capire, la voglia di comunicare» ( cit. tratta da B. RESTELLI, Giocare con tatto, Milano, FrancoAngeli/LeComete, 2009, p.19)

Questo significa, come ben sappiamo, che i bambini sono ottimi recettori e possono sorprenderci per la loro capacità di ascoltare, rielaborare e creare. È per questo che amo parlare con loro e so che con loro posso benissimo parlare di un bambino che non vede con gli occhi ma con le mani, che gioca a palla e va in bicicletta, di un ragazzo che non vedrà la cartina geografica appesa in classe ma ne avrà una speciale da toccare, di un adulto che non guiderà mai la macchina ma che sarà in grado lo stesso di girare per il mondo. Bisogna considerare l’importanza e l’attenzione da porre all’utilizzo di tutti i sensi nell’insegnamento (già la Montessori realizzò del materiale di sviluppo cognitivo specifico per l’educazione sensoriale). Il messaggio che si vuole trasmettere è quello di non fermarci a ciò che i nostri occhi vedono, ma di mettere in gioco tutto il nostro corpo, di imparare a godere delle sensazioni olfattive, tattili e sonore. Il nostro corpo, tutto, scopre e conosce il mondo, non solo i nostri occhi. Il laboratorio è quindi un luogo di creatività e conoscenza, di sperimentazione, è un luogo privilegiato dove si costruisce il sapere, un luogo d’incontro educativo e di formazione.

Il linguaggio tattile è la prima forma di comunicazione del bambino, è un linguaggio di conoscenza. Si conosce con tutti i sensi, col tempo invece si perde il piacere di toccare e quindi anche l’uso del tatto, privilegiando la vista e l’udito. All’inizio della nostra vita invece questo è quasi l’unico che ci consente di entrare in con-tatto col mondo, poi le continue raccomandazioni degli adulti non toccare, attento è fragile, si rompe, non sporcarti… impediranno l’uso del tatto e il suo sviluppo, fino alla perdita di gran parte della sensibilità acquisita. L’educazione al tatto, anzi quella plurisensoriale, dovrebbe invece essere sempre portata avanti e curata. Quello che con molta semplicità cerco di fare durante i laboratori sulla costruzione del libro tattile è di riportare i bambini/ragazzi ad apprezzare il piacere di toccare e di scoprire, il piacere di creare. Chiaramente dopo la fase creativa si ha anche la grande gioia, da parte dei bambini, di avere tra le mani un libro fatto da loro da portare a scuola, da mostrare agli amici, ai genitori e da sfogliare in classe per riscoprire le pagine illustrate.

Durante l’anno scolastico 2008-2009, in occasione del bicentenario della nascita di Louis Braille, abbiamo presentato un nuovo progetto alle scuole: Ci vediamo a scuola. Questo laboratorio si poneva lo scopo di favorire la conoscenza della cultura della diversità confrontando codici di scrittura e lettura (in nero, Braille, pittografica, etc.) con i relativi strumenti e mezzi didattici, nonché delle possibilità di accesso alle informazioni per prevenire pregiudizi che ostacolano il pieno diritto alla integrazione degli studenti minorati della vista. Questi incontri hanno riscontrato l’approvazione e l’apprezzamento dei diversi docenti che hanno ospitato il progetto nelle loro classi. Tra ottobre e aprile sono stati fatti trentotto incontri, con scuole di diverso ordine e grado (dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado). Secondo la fascia di età è stato affrontato diversamente il discorso sulla cecità, sono stati fatti giochi in situazione di deprivazione sensoriale, sono stati mostrati libri tattili di diverse tipologie, libri in Braille e altri oggetti tiflodidattici, si è spiegato il codice Braille e si sono fatte prove di scrittura. La risposta dei bambini e dei ragazzi a questi incontri è sempre stata positiva e di stimolo agli insegnanti che nella maggior parte dei casi hanno attinto idee che hanno sviluppato in seguito.

La consapevolezza che questo tipo di lavoro deve continuare a essere svolto mi è stata data nel corso del corrente anno scolastico dalla richiesta crescente di Laboratori; difatti circa ottocento bambini e ragazzi frequentanti le scuole di Reggio Emilia e provincia in quest’anno scolastico vi hanno preso parte.

Paola Terranova

Responsabile della Biblioteca dell’Istituto Regionale G. Garibaldi per i Ciechi di Reggio Emilia

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